mojobranson | 07 Aprile, 2008 21:04
Se fossi obbligato a cercare una situazione specchio nella società e nell’economia italiana (e i tempi, aimè, obbligano a ben peggio che a una riflessione) della profonda ed evidente crisi politica italiana che oramai si prolunga in maniera imbarazzante da tempo immemore (che certo non si riprende con le elezioni di questo fine settimana), penserei subito all’Alitalia.
Ha tutte le caratteristiche della disfatta dello Stato e di un popolo, di un’idea di azienda di Stato e di un'idea di unione nazionale tra lavoratori e dirigenza che sa di anni ’60, di DC e PCI, di vecchio e passato, come il boom economico e il posto fisso, la casa e la doppia casa. L’idea populista e concretamente irreale di una impresa italiana (a capitale Intesa e a dirigenza Berlusconi jr. e amici di barca) pronta a portare innovazione (tradotto in un linguaggio umano: licenziamenti e cambio tra clan dirigenti) e competitività, ha per fortuna ingannato solo Nonna Genoveffa (l’elettrice tipo del Cavaliere): gli altri si sono giustamente interessati alla trattativa (ancora comicamente in fieri nel momento in cui scrivo) con Air France per l’acquisto e la ricapitalizzazione dell’azienda. Quello che Berlusconi tenta è l’unico appiglio di una politica vuota e arida (PD compreso): l’innalzamento del sentimento nazionale. Ma se il berlusconiano motto di spirito ha più dell’irrealtà che della fattibilità, dove si trova il nesso tra le elezioni prossime venture e le vicissitudini della compagnia di bandiera? (Continua)
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